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SCANDALO RIFIUTI Le analisi hanno accertato quantità superiori di tre volte ai limiti di legge. L'allarme di Legambiente
Rilevato nel materiale usato per i riempimenti del cantiere navale sequestrato
Il sequestro del piazzale del cantiere navale Slys di Fossamastra, realizzato con materiale inquinante proveniente da Inerteco, infiamma la protesta degli ambientalisti. I risultati dei prelievi che evidenziano la presenza di cromo tre volte superiore ai limiti di legge inquieta Legambiente: «Siamo preoccupati - si legge in una nota - dal momento che un grave evento rientra in un oscuro meccanismo quale quello dello scandalo Simba e non ci tranquillizza certo leggere che non c'è pericolo di contaminazione». Poi le polemiche: «Com'è possibile che dopo numerosi scandali e tutte le vicende che hanno visto coinvolto il territorio spezzino, ancora oggi ci si ritrova con queste emergenze in città, all'interno di un sito di bonifica nazionale? La città e i cittadini del Golfo meritano risposte chiare e rassicurazioni sulla loro salute e incolumità».
E intanto i Noe vanno avanti con l'inchiesta. Ieri il rapporto sul sequestro di lunedì mattina è approdato sulla scrivania del pm Raffaella Concas che chiederà la convalida al gip. Poi il fascicolo verrà trasmesso alla cancelleria del pm Leonardo Tamborini che lo inserirà nella corposa indagine Simba. Nei confronti del titolare di Inerteco Paolo Vagaggini si profila il reato di traffico illecito di rifiuti per non aver bonificato le 40 mila tonnellate di terra inquinata depositata nello stabilimento di Santo Stefano Magra e già oggetto di sequestro durante il blitz del 24 ottobre scorso che portò all'arresto di 31 persone. Anzi secondo l'accusa, che si avvale di intercettazioni telefoniche, quello stesso materiale ancora fortemente inquinato dal cromo sarebbe stato utilizzato per riempire i duemila metri quadrati della banchina del cantiere Slys.
[…] I carichi di terra arrivavano da Inert.Eco, l’azienda di triturazione di inerti di Santo Stefano Magra, già nell’occhio del ciclone nella fase uno dell’inchiesta. Scattarono i sigilli, ai domiciliari finì il patron Paolo Vagaggini. Poi un gentlemen’s agreement davanti al gip permise alla società di tornare a lavorare, per salvaguardare soprattutto i posti di lavoro. Vagaggini, vicino alla Margherita (all’inaugurazione dell’impianto partecipò l’allora ministro dell’industria Enrico Letta), si autosospese dal comitato provinciale per Prodi. Su proposta del sindaco Giorgio Pagano (Ds) era entrato nel consiglio di amministrazione della Mobilità e Parcheggi, la società che dovrà realizzare i posteggi in città. Non è la prima volta che gli inquirenti puntano la loro attenzione sull’attività di Inert.Eco nel porto della Spezia. Era già accaduto all’inizio dell’inchiesta, quando la cooperativa Acmar di Ravenna aveva realizzato un primo lavoro di riempimento nell’area dei cantieri Riva-Ferruzzi (committenti dell’opera, ignari e danneggiati dagli ultimi eventi) per la realizzazione di un capannone. Il 23 aprile 2004 gli inquirenti intercettano una telefonata tra l’ingegner Zaccaria della Acmar e lo stesso Vagaggini. Zaccaria: «Nel materiale che avete portato qua c’era molta roba che galleggiava, polistirolo, cemento cellulare, ce n’è tanta di quella roba, abbiamo dovuto tirarla fuori perché c’era il problema che finisse in mare, che ne facciamo di quel materiale?». Vagaggini: «Sotto non la potevi mettere? Man mano che va avanti quella lì poi se lo mangia». Zaccaria: «Non riesco nemmeno a fare un buco e mettere tutto, perché immagina, è tutta roba molto fragile, comunque flessibile, se lascio tutto in un mucchio poi avrò dei cali notevoli». Vagaggini: «Man mano se la mangiava la scarpata, no?». Zaccaria: «Se la mangia, se la mangia, quella che non se la mangia è quella che abbiamo tolto, è roba che andava proprio in mare.... quella niente, non riusciamo a nasconderla sotto». Vagaggini: «Quanta roba è? Mettetecelo dentro dei sacconi neri grossi, poi lo portiamo su». Zaccaria: «Ma no, si rompono, tutta la roba che è lì... ma sai quanto pesano quei sacchi? Ho dovuto toglierla per forza perché se mi arriva la Capitaneria e vede la roba che galleggia la prima cosa che fa mi blocca il cantiere». Vagaggini: «Facciamo dei sacchi neri come facciamo qua, così li prendiamo e li portiamo direttamente via».
Zaccaria: «Quella roba lì nei sacchi... ma non so quante centinaia saranno, vieni a vedere la montagna di roba che c’è». La soluzione dei sacchi fu poi effettivamente realizzata. Il 18 maggio 2004 gli inquirenti collocano un sistema di videosorveglianza all’esterno di Inert.Eco. I sacchetti, con una benna, «venivano scaricati a mano all’interno del cassonetto collocato all’interno dell’azienda svuotato poco dopo dal compattatore targato Ch679DL del Consorzio impianti e servizi. Le operazioni venivano poi ripetute fino al completo esaurimento del mucchio». Tutto questo, per il Noe di Firenze, delinea il «tentativo di smaltimento di rifiuti speciali con successivo ritiro e smaltimento in discarica di Rsu Val Bosca dell’Acam con la compiacenza di azienda addetta alla raccolta di rifiuti solidi urbani». Tutto ciò avveniva nel 2004. Ora, con l’ultimo blitz, la situazione appare ancor più pericolosa: perché a quel genere di rifiuti ora si sovrappone il cromo.